L’Intelligenza Artificiale rimodellerà profondamente la nostra economia da qui al 2030, ma chi ne pagherà davvero il prezzo?
Un recente studio intitolato di Anthropic”Economic Scenarios for Transformative AI” affronta questo interrogativo offrendo un rigoroso modello per calcolare diversi futuri possibili. L’analisi divide la forza lavoro in due grandi mondi: chi svolge mansioni “cognitive” da ufficio, direttamente esposte all’IA, e chi si occupa di lavori fisici o interpersonali, che ne restano al momento immuni.
Secondo i ricercatori, il vero nodo critico a breve termine risiede nei tempi di adattamento del sistema economico. Poiché costruire nuove macchine o infrastrutture richiede tempo, l’incredibile balzo di produttività innescato dall’IA si tradurrà inizialmente in enormi profitti per i proprietari di capitali. Nel frattempo, i colletti bianchi rimpiazzati dagli algoritmi faranno molta fatica a ricollocarsi in settori diversi e prettamente manuali, generando inevitabili sacche di disoccupazione e un calo degli stipendi medi per le professioni intellettuali.
La portata economica di questa rivoluzione è ben visibile in questo grafico che illustra l’esplosione del PIL e del suo tasso di crescita secondo i tre scenari (modesto, sostanziale, estremo) ipotizzati dallo studio:

Come si nota dalle curve, le tre traiettorie iniziano a divergere drasticamente a partire dal 2027. Se nello scenario modesto l’impatto resta contenuto, portando a un PIL superiore solo dell’1.6% rispetto alle stime senza IA, nell’ipotesi estrema l’economia vive un boom sbalorditivo: la crescita annua schizza al 15.4% e il PIL complessivo a +32.4%. Lo scenario intermedio “sostanziale” (quello che oggi meglio riflette le aspettative dei cittadini secondo i sondaggi dello studio) prevede comunque un solido aumento del PIL dell’8.3%.
Tuttavia, a questa straordinaria impennata della ricchezza corrisponde un dramma sociale speculare. Questa seconda immagine traccia il potenziale collasso del mercato del lavoro per le professioni intellettuali:

Nello scenario estremo, l’occupazione cognitiva precipita a picco chiudendo con un -21.5%. Parallelamente, le curve della disoccupazione si alzano in modo allarmante: quasi un professionista cognitivo su cinque (il 17.9%) si ritroverebbe senza lavoro, spingendo il tasso di disoccupazione nazionale generale a sfiorare il 12%.
Nello scenario estremo, a causa della massiccia automazione dei compiti, la quota totale della ricchezza globale destinata ai lavoratori subirebbe un duro colpo, scendendo dal 60% al 45%, a tutto vantaggio dei rendimenti sul capitale:

In un futuro dominato dall’IA, la crescita dell’economia genererebbe nuove risorse in misura di gran lunga superiore ai danni subiti dai lavoratori. Nello scenario estremo, a fronte di una perdita per i colletti bianchi stimata intorno al 9% del PIL, la ricchezza dell’economia nel suo complesso schizzerebbe a oltre il 32%. I numeri del modello offrono quindi una via d’uscita chiara: se lo Stato intervenisse ridistribuendo esattamente quel 9% del PIL a favore di chi resta indietro, riuscirebbe a compensare interamente le perdite dei professionisti cognitivi, riportando i loro redditi alla normalità. Al tempo stesso, il resto della società manterrebbe un formidabile vantaggio netto superiore al 20%.
Utopico eh…
Non mettiamo in dubbio i risultati dello studio che sicuramente sono plausibili, ma sappiamo tutti che questa redistribuzione capitalisti-lavoratori non avverrà.
La situazione delineata ci dà l’idea di un “nuovo taylorismo/fordismo” che, questa volta, ha nel mirino i colletti bianchi. Così come la catena di montaggio frammentò il lavoro artigianale per trasferirne il valore al capitale, l’IA sta standardizzando le mansioni cognitive, svalutando le competenze intellettuali e spostando enormi ricchezze verso i proprietari delle tecnologie. Il grande paradosso di questa imminente rivoluzione è che spiazzerà il lavoro d’ufficio avvantaggiando, di contro, le professioni manuali e relazionali, destinate a diventare le vere risorse scarse (e meglio pagate) in un mondo automatizzato.
Lo scenario sostanziale rimane comunque quello più probabile e un primo modo per diminuire le possibili disuguaglianze tra capitalisti e lavoratori è proprio quello di partecipare agli utili dei capitalisti tramite il mercato azionario.
I paesi tipicamente market-based, cioè quelli anglosassoni, hanno una cultura più sviluppata su questi temi e probabilmente risentiranno meno rispetto ai paesi latini, dove, purtroppo, la nostra partecipazione agli utili delle big company è ridotta.
In un simile contesto, un’adeguata diversificazione geografica sul mercato azionario è cruciale. Conosci l’esposizione ottimale che dovresti avere su America, Cina ed Europa? Sei consapevole dei motivi per cui il tuo portafoglio devia da queste percentuali target?
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