“Se disavanzo seguitemi”, scriveva un noto politico italiano, pensando questo aforisma per un ministro del Tesoro.
Il disavanzo, l’ondata di prestiti aziendali per finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale, l’incertezza sulla guerra e l’inflazione sono le cause principali della crisi del debito che gli USA, almeno in parte, stanno vivendo oggi.
La crisi la vediamo nei rendimenti obbligazionari USA. Di seguito trovate una tabella che mostra, per le varie scadenze (da 1 mese a 30 anni), il rendimento dei titoli al giorno 0, cioè il 21 agosto, e poi a scalare sempre più indietro nel tempo (1 settimana, 1 mese e 1 anno). Così potete farvi un’idea dell’incremento del costo del denaro.

Il fenomeno si nota ancora meglio guardando il grafico della yield curve. Come si può vedere, nel giro di un mese (grigio) i rendimenti hanno registrato un rialzo davvero notevole, soprattutto considerando la base da cui partivano.

Il problema è il più vecchio del mondo e riguarda la motivazione principale per cui esiste e si studia la materia economica. Bisogni (potenzialmente) illimitati, a fronte di risorse limitate.
Anche escludendo gli interessi passivi (appunto il costo del debito), il governo USA spende più di quanto incassa, creando un problema strutturale nel bilancio, noto come disavanzo primario. L’aumento del debito generato da questo divario strutturale è aggravato dai pagamenti di interessi in costante aumento, che mettono a repentaglio altre priorità e potrebbero provocare una crisi fiscale .
Il Congressional Budget Office stima che i pagamenti netti degli interessi passeranno da un costo annuo di 1.000 miliardi di dollari nel 2026 a 2.100 miliardi di dollari nel 2036.
Come si intuisce facilmente, se il costo del debito cresce (cioè i rendimenti obbligazionari crescono) e lo stock di debito pubblico continua a crescere, l’effetto è a valanga. Quindi, uno degli obiettivi di questo governo nello specifico è tenere il costo del debito sotto una determinata soglia, che era intorno al 4.5% del decennale (ora siamo al 4.7%).
Fatta questa doverosa introduzione, non staremo qui a tediarvi con le motivazioni della crisi, con i suoi rischi o con le mosse del Tesoro per provare a gestirla. Vogliamo invece concentrarci sulle opportunità.
Oggi i bond sono, a nostro avviso, una opportunità. E non abbiamo paura a dirlo.
Ovviamente, i bond europei si muovono spesso in scia di quelli statunitensi, questo banalmente perché il mercato è dollaro centrico. Perciò le opportunità ci sono anche direttamente sui nostri mercati in euro.
“si, ma i rendimenti possono ancora salire” può dire qualcuno.
Certo! Ecco perché è importante non solo cosa comprare ma le modalità con cui farlo, specialmente quando gli orizzonti temporali si allungano.
La prospettiva di rendimenti in crescita è uno dei motivi per valutare di inserire in portafoglio un ETF obbligazionario. Il segreto del successo risiede nell’allineare il proprio orizzonte temporale alla duration dello strumento. Scegliendo, ad esempio, un ETF con duration a 5 anni per un obiettivo con la medesima scadenza, un eventuale rialzo dei tassi non è un problema.
È innegabile che, nel brevissimo termine, il valore delle quote subisca una flessione. Tuttavia, un ETF obbligazionario funziona dinamicamente, incassa regolarmente le cedole e i capitali dei titoli in scadenza, reinvestendo costantemente questa liquidità in nuove emissioni che, grazie al rialzo, offrono rendimenti maggiori.
Concedendo al fondo il tempo necessario, i nuovi e più ricchi flussi di cassa andranno a compensare matematicamente il calo iniziale dei prezzi. Su un orizzonte adeguato, quindi, un rialzo dei tassi non è una minaccia, ma un prezioso alleato capace di accelerare la crescita del capitale.
Abbiamo fatto due semplici simulazioni per mostrarvi questo effetto.

Nel grafico sopra, a fronte di uno shock improvviso dei tassi (linea rossa, dal 4% al 6%), il valore del portafoglio crolla istantaneamente rispetto allo scenario di tassi stabili (linea blu).
Notiamo però che la pendenza della linea rossa è nettamente superiore. Questo perché le cedole reinvestite generano un interesse composto più alto.
Esattamente all’anno 5 (linea verde verticale), che corrisponde alla duration del portafoglio, avviene il sorpasso. Da quel momento in poi, l’investitore che ha subito lo shock dei tassi si ritrova con un capitale superiore rispetto a chi ha vissuto in uno scenario di tassi stabili.
Ovviamente questo è il caso didattico di shock improvviso al tempo 0.
Nel successivo grafico invece vi mostriamo se l’incremento fosse graduale, +2% di rialzo spalmato in 2 anni.

Come si può notare dal grafico, mentre nello shock immediato il punto di pareggio coincide matematicamente con la duration media dell’ETF, nel rialzo graduale il punto di pareggio si sposta più in avanti nel tempo.
Da tutto questo possiamo portarci a casa due lezioni. La prima è che una crisi è sempre un’ottima opportunità per mettersi in una situazione di vantaggio. La seconda è che bisogna saperlo fare.
Qui vi abbiamo dato un piccolo spunto su ciò che dovrebbero valutare il vostro consulente e gli analisti a voi assegnati (se li avete) prima di consigliarvi un investimento di questo tipo.
Nota Bene: questa è solo una valutazione preliminare. Per altre ragioni, all’ETF si potrebbero tranquillamente preferire i singoli bond.
Il tema della crisi del debito e della svalutazione delle valute a corso legale sarà sempre più al centro del dibattito economico nei mesi e negli anni a venire. La vera domanda che dovete porvi oggi, quindi, non è se questi eventi si verificheranno, ma se i vostri portafogli sono strutturati per affrontarli. Essere preparati in anticipo, come abbiamo visto, è la vostra migliore difesa.